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 Il
tema di concorso: impostazione ed errori da evitare di Paola Maria
Zerman - Avvocato dello Stato
Il corretto svolgimento del tema di concorso costituisce l’obbiettivo
ultimo della preparazione del candidato. Verso questo traguardo si
convogliano anni di sforzi, di studio intenso e svolto spesso in
condizioni psicologiche difficili. Il giovane laureato sa infatti che la
sua preparazione universitaria non è sufficiente per affrontare il
concorso o la stessa abilitazione alla professione, e così inizia un
percorso destinato a durare qualche anno, in cui quotidianamente si
intersecano problemi di carattere metodologico, organizzativo ed anche
economico, visto che studiare “costa” , così come costano i vari corsi in
commercio. Con il passare dei mesi, alla difficoltà di incontrare un
efficace metodo di studio – che comporta una proficua organizzazione
mentale delle nozioni e della quantità di materiale didattico che man mano
si accumulano- si accresce anche un senso di frustrazione da
“disoccupato”. Essere già in età per guadagnare e nello stesso tempo
continuare la vita dello studente, con l’alea dell’esito del concorso, si
tramuta in una difficile prova psicologica, che solo i più equilibrati
riescono ad affrontare. Il lato critico di tutta la vicenda, infatti,
consiste nella sostanziale incertezza del risultato. Come ben si sa,
infatti, il concorso – che sia quello di magistratura, quello notarile,
quello di Procuratore dello Stato- non è ad esito garantito. La
valutazione di un tema di concorso comporta sempre un profilo di
soggettività costituito dall’approccio mentale ed emozionale dei
commissari d’esame. Tutti sappiamo che, al di là di valutazioni del tutto
oggettive, esistono fattori di imponderabilità rappresentati da
circostanze a volte quanto mai banali: dal clima di serenità che si crea
tra i componenti della commissione; dal tempo a disposizione per
correggere gli elaborati, alle condizioni e alla presenza di particolari
problemi personali di uno o più commissari. Se in questo contesto si
inserisce un ulteriore elemento negativo, quale ad esempio una “brutta
calligrafia” dove per brutta si intende difficile da comprendere, si può
capire come anche una preparazione di anni può andare in fumo in pochi
minuti. Ed è questo la fonte di maggiore angoscia per il candidato: essere
consapevole che il suo destino futuro, e quello passato, si giocano in
pochi attimi, forse anche non dipendenti dalla adeguata valutazione della
preparazione ma da fattori esterni ed estrinseci al contenuto del tema di
concorso. Per questo la condizione di base per superare il primo scoglio
della valutazione è proprio la cura della forma. E’ necessario che il tema
si presenti bene: ordinato, possibilmente senza correzioni, con periodi
brevi e facili alla lettura. Insomma, così come chi acquista frutta e
verdura deve essere attratto dalla bell’ aspetto, egualmente è importante
presentare un bell’elaborato, che rifletta anche visivamente l’ordine
mentale di chi lo ha scritto. Senza naturalmente parlare della necessità
della corretta ortografia, o dell’uso di parole banali o altisonanti che
provocano in chi legge un senso di fastidio. Lo stile deve essere sobrio,
semplice, collegato alla realtà dei concetti giuridici che si intendono
descrivere. Perché la forma, è necessario ricordare, non è solo
rivestimento esteriore. La forma è lo strumento che utilizziamo per
comunicare un concetto. Più il concetto è chiaro, più la forma è semplice
e precisa. E tocchiamo ora un punto importante: in realtà la
semplificazione intellettuale e la comprensione di un istituto giuridico,
determina la semplificazione della forma con cui lo esprimiamo. Tutti
sanno che il vero maestro è semplice ed incisivo nell’esprimersi. Chi
invece ha le idee confuse, necessariamente si esprimerà con giri di parole
e in modo confuso. La forma semplice indica la comprensione del concetto o
anche della sua complessità, che però si è in grado di descrivere in modo
distaccato ed equilibrato. In definitiva il candidato è consapevole che
solo se sa esprimere un concetto in modo semplice, realmente lo
padroneggia. Questo indice costituisce anche un valido criterio di
orientamento per la valutazione di un buon metodo di studio. Se dopo aver
immagazzinato chili di materiale su un istituto, non si è in grado di
sintetizzarlo e di spiegarlo in termini semplici, significa che non si è
raggiunta la comprensione profonda dello stesso.
Affrontando ora il profilo relativo al contenuto del tema, la prima
importante annotazione è quella relativa all’equilibrio tra le varie parti
dell’elaborato. L’individuazione dell’equilibrio del tema, fattore molto
importante per non uscire dalla traccia, è data dalla giusta comprensione
del titolo del tema stesso. E molto importante dare la corretta
valutazione delle parole. Se la traccia chiede di parlare di un
determinato istituto, “premessi brevi cenni” su di un altro, in genere di
carattere più ampio di quello da trattare, è necessario che l’esposizione
di quest’ultimo non superi percentualmente all’incirca del 20% l’intero
contenuto del tema. E’ quindi importante che il candidato non si faccia
prendere la mano, se per caso conosce molto bene l’istituto di carattere
generale, rispetto al particolare. Lungi dal manifestare, così come è
nell’intenzione del candidato, la sua conoscenza di quella parte del
diritto che deve costituire solo la premessa, il candidato cadrà nel più
banale degli errori di chi scrive, e cioè l’andare fuori tema. In realtà
il rispetto dell’equilibrio del tema manifesta l’aderenza alla realtà, l
capacità di svolgere un argomento nel modo più funzionale, senza dire né
una parola di più ne una di meno di quelle necessarie per l’impostazione e
la trattazione dell’argomento. E erto, questo richiede maturità
intellettuale. Sembrerà strano, ma dalle modalità di svolgimento del tema
ben si può cogliere anche l’ingenua presunzione di chi vuole mostrare
tutto il suo sapere. Con l’effetto, come detto prima, di percorrere una vi
sbagliata, non funzionale a quanto la traccia richiede. Solo
un’intelligenza lungamente formata sarà in grado di manifestare un
approccio maturo a quanto richiesto. Il che implica non solo il coraggio
di affrontare l’argomento anche se non ci si sente sicuri , ma anche la
capacità di esporre le varie teorie su di un istituto in modo
intellettualmente equilibrato eventualmente lasciando spazio a diverse
soluzioni o a problemi pratici che le varie impostazioni possono
determinare.
E qui si tocca ora un importante e decisivo aspetto relativo all’argomento
del tema e che in realtà involge un problema di metodo. Il punto si può
risolvere nella seguente domanda: che fare se non conosco l’argomento
oggetto della traccia?
Il fatto che sia un problema di metodo è dimostrato proprio dal tipo di
domanda. O meglio: un corretto metodo di studio permette di affrontare
qualsiasi argomento, anche se prima non si è specificatamente studiato e
approfondito. Questo è tanto vero che fior di candidati sono caduti su
argomenti su cui hanno fatto la tesi. Perché? La risposta è semplice ed è
determinata dal fatto che di frequente il candidato scambia la
preparazione agli scritti come un grande magazzino dove riporre, se pure
in modo sistematico e suddiviso, la merce da distribuire. La metafora
mentale si accompagna allo sforzo materiale di memorizzare quantità di
articoli di dottrina e sentenze, nonché di trovare una collocazione
materiale ai chili di carta stampata di fotocopie di altrettanta dottrina
e giurisprudenza. Con la conseguenza, non di rado frustrante, di un
continuo senso di insoddisfazione cagionato dalla incapacità di governare
il mare magnum della conoscenza giuridica a cui si possono aggiungere
sentimenti di disperazione via via più consistenti con il passare dei mesi
e anche degli anni, laddove lo studente, alla maniera di Socrate, si
accorge che più studia più gli sembra di nulla sapere. Il problema di
fondo, probabilmente ereditato da un’insufficiente impostazione non solo
degli studi universitari ma anche di quelli liceali e di base, è che in
realtà il candidato forse nel suo percorso scolastico, nonostante gli anni
di applicazione sui libri, non gli ha mai insegnato il metodo del lavoro
intellettuale, ovvero il modo di utilizzare la capacità di ragionare. Solo
un corretto metodo permette di avvicinarsi a materie estese, come il
diritto civile, penale, amministrativo ecc. in modo attivo senza lasciarsi
schiacciare dall’enormità della materia, ma cercando la chiave per
riuscire a rapporto giuridico,ossia di quella relazione, tra due o più
parti regolata dal diritto per ottenere il soddisfacimento di un
interesse. Tutto il diritto civile non è altro che la regolamentazione di
come nasce questo rapporto giuridico, di come si modifica, si estingue e
si tutela. Saper ricondurre una serie molteplici di istituti al filone
ricostruttivo dato dal rapporto giuridico, costituisce essenziale
operazione di semplificazione e di unificazione concettuale (dai requisiti
di validità del contratto, alla trascrizione, all’iscrizione di ipoteca).
La consapevolezza, poi, che il diritto civile è frutto del diritto romano,
e quindi del senso di giustizia che i romani avevano in modo rigoroso,
fornisce una chiave di comprensione di molti istituti del diritto civile
quali la risoluzione del contratto concluso in stato di bisogno,
all’annullamento per errore o vizi, alla impossibilità sopravvenuta.
Chiavi di comprensione di questo tipo, permettono di fare collegamenti
trasversali. Allo stesso modo in diritto penale, la consapevolezza che la
persona umana è composta da intelligenza e volontà porta alla comprensione
della struttura del reato, in cui alla fattispecie oggettiva (il fatto),
si accompagna quella soggettiva (la volontà dello stesso) nella variegata
gamma dell’intensità dell’elemento volitivo, da quello più intenso (la
predeterminazione), a quello meno intenso (la colpa e l’errore). Un metodo
siffatto permette di portare a unificazione e semplificazione i vari
concetti, sì da poter affrontare il tema d’esame con gli strumenti
necessari e che, alla fine, sono solo due: il codice e la testa. Basta
saperli usare. In realtà non di rado capita che la prima occasione in cui
il candidato si trova ad “usare la testa” sia proprio la prova d’esame,
occasione in cui è costretto a confrontarsi con se stesso e con il foglio
bianco senza alcun supporto di carattere manualistico. E’ però evidente
che lasciare al tema d’esame la prima esperienza di vero lavoro
intellettuale comporta un alto rischio di insuccesso come se la prima
occasione per uno sciatore di provare le curve a sci uniti fosse la gara
di slalom. In realtà lo svolgimento della prova d’esame serve da parametro
di riferimento sul corretto metodo di studio. Ossia: è necessario avere
come punto di partenza il tema da trattare, il codice e la capacità di
ragionare. Come procedere in concreto? Uno studio attivo esclude di
partire dalla soluzione. Che significa: prima di leggere il testo è
necessario porsi una serie di domande che cerchino di centrare i punti
centrali di un istituto, e cerchi altresì di creare collegamenti (ad. Es.
si parla di “causa del contratto”. Ci si può chiedere. Che cos’è la causa?
Perchè si chiama così ? forse perché è la “ragione” di un contratto? E
quale può essere la ragione? Uno spostamento patrimoniale? E se la causa
non c’è? E si può astrarre dalla causa? E che rapporto c’è tra la causa e
un motivo soggettivo? E se ci sono più ragioni giustificatrici? Ecc.)
Stimolata in questo modo la curiositas intellettuale, diventa poi molto
più immediato e veloce l’acquisizione delle soluzioni, come individuate
dalla dottrina (e quindi dal confronto del libro di testo). Ci si
accorgerà allora se erano stati posti tutti i quesiti essenziali o se ne
mancavano alcuni. Si verificherà la correttezza delle risposte che si sono
cercate di dare in base al buon senso del ragionamento giuridico. In
sintesi, ci sarà stato un vero lavoro intellettuale che avrà fatto
crescere lo studente nell’apprendimento del metodo giuridico e cioè nel
sapere “far circolare le idee” e quindi a ragionare.
Perché non c’è dubbio che quello che i commissari d’esame si aspettano dai
futuri magistrati o avvocati è la verifica di come ragionano, o meglio, la
prova che sanno ragionare.
Per questo i concorsi più selettivi tendono sempre più ad avere temi
trasversali, di ampio respiro, o anche dal titolo ambiguo. Proprio perché
in tal modo si vuole tagliare chi ha solo un bagaglio di carattere
nozionistico, per lasciare spazio a chi è abituato a ragionare sugli
istituti e sui problemi e che ha avuto modo di verificare la correttezza
della sua impostazione metodologica.
Il tema di concorso diventa quindi lo specchio del ragionamento che il
candidato segue nell’impostazione di un problema giuridico. Passo dopo
passo, lo svolgersi del tema deve dare conto di tutti i passaggi logici
seguiti per arrivare ad una determinata conclusione. Il ragionamento
vincente non sarà quello di una sentenza della Cassazione ricordata a
memoria, anche se puntuale sul caso di specie, ma quello più stringente
dal punto di vista logico, anche se arriva d una conclusione opposta a
quello della giurisprudenza. Nel ragionamento giuridico quello che conta
non è la soluzione, ma il percorso seguito per arrivare ad essa. Perché è
proprio la consequenzialità logica che costituisce lo strumento di lavoro
del giurista sia esso un magistrato o un avvocato. Esso deve convincere
con la forza del suo ragionamento e non con quella della sua autorità. Una
sentenza illogica è una sentenza da cassare. Un tema illogico e non
motivato, è un tema da bocciare. La motivazione costituisce il nucleo
fondante dell’attività del giurista. Questo percorso richiede un lavoro
umile, come quello del contadino, che ha l’arte paziente di coltivare la
terra. Occorre prima dissodare la terra, poi seminare, poi innaffiare
quotidianamente e attendere mesi prima di vedere il grano maturo.
Ugualmente, chi prepara un concorso impegnativo come quello di
magistratura o Avvocatura dello Stato, non potrà pensare di avere subito
dei risultati. La cultura dei risultati, anche se brillanti, a cui lo
studente può essere abituato perché magari all’Università aveva tutti
trenta, non è la cultura del concorso. La logica dell’esame universitario
è quella del “cotto e mangiato”: un tempo assai breve per preparare
“grossi mattoni” e quindi in modo necessariamente mnemonico e spesso come
ripetizione delle tesi sostenute dai professori nei libri scritti da loro
e adottati dagli stessi. La cultura del concorso è la cultura del
contadino, si diceva, in cui è necessario dissodare il terreno operazione
che comporta frequentemente il “rimescolamento” mentale di intere materie,
l’”abbattimento” dei muri delle sicurezze giuridiche imparate a memoria,
per ricominciare da zero a costruire il ragionamento in base piccoli passi
che permettano di costruire una solida casa sulla roccia e quindi di fare
collegamenti mentali non solo con altri istituti dello stesso ramo del
diritto ma anche con altre discipline, come il diritto amministrativo e
penale.
L’apprendimento della pazienza, che non significa né pigrizia né
inattività, ma al contrario una sorta di tensione, di attesa e di
sofferenza di chi ogni giorno deve permettere al seme della vera
conoscenza di crescere dentro di sé. Ogni giorno una piccola luce, una
piccola illuminazione, una comprensione maggiore di un istituto, mano a
mano porta verso la formazione di un’intelligenza ordinata e in grado di
affrontare con equilibrio anche i problemi più complessi, senza farsi
prendere dal panico, ma scomponendo il problema con il ragionamento fino a
renderlo comprensibile e risolubile. Lavoro faticoso, direi, più di quello
del contadino. Questi, infatti, può verificare materialmente i progressi
della coltivazione. Chi studia, al contrario, non è in grado di
quantificare i suoi progressi in modo tangibile e al di là dei veloci
riscontri universitari a cui era abituato. Ora lo studente è lasciato solo
con se stesso (fortunatamente supportato da corsi normalmente molto ben
fatti) e con il suo sforzo prolungato di trovare il metodo, la corsia da
percorrere. Pazienza, equilibrio, umiltà intellettuale che significa
capacità di comprendere la realtà di un fenomeno giuridico senza
snaturarlo con arroganza intellettuale o superficialità. Serenità, per
riuscire a reggere in questo sforzo prolungato senza lasciarsi prendere da
uno scoraggiamento che turba la mente e le preclude la conoscenza.
Ce la farà chi riuscirà in questa scuola di vita.
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 La
struttura dell'atto difensivo
di Paola Maria Zerman
- Avvocato dello Stato
La struttura
dell’atto difensivo è profondamente diversa da quella del tema e quindi
anche di un parere.
In che cosa consiste questa differenza?
a) innanzi tutto nell’atteggiamento mentale
L’approccio mentale di chi scrive un tema o un parere è di “pura”
obbiettività. L’argomento va affrontato con equilibrio e tenendosi
equidistanti dalle diverse soluzioni che si possono prospettare. Anche se
si opta per una soluzione rispetto ad un’altra, si deve dare conto delle
diverse possibilità, e la scelta per un’opzione rispetto ad un’altra deve
essere “distaccata” e ben motivata.
Nell’atto difensivo, invece, c’è un’unica soluzione da seguire, quella
diretta a sostenere la tesi di chi si vuole difendere.
Questo atteggiamento non di rado può porre problemi di natura
deontologica: come si può difendere una tesi che non si ritiene giusta?
La risposta a questo corretto interrogativo avviene in realtà su diversi
piani.
Sul piano fattuale, non è possibile per l’avvocato deformare o negare
fatti storici realmente accaduti: ciò, oltre ad una chiara violazione
deontologica costituirebbe anche un reato (si pensi a all’avvocato che
induca falsi testimoni ad attestare ad es. che l’investitore non è passato
con il rosso) Ciò vale evidentemente – e a maggior ragione- anche per il
processo penale.
Egualmente avviene sul piano giuridico in relazione a fatti che la cui
incidenza sul rapporto giuridico è certa e comprovabile.
Si pensi ad es. alla prescrizione del diritto al risarcimento, in mancanza
di un atto interruttivo. Disonesto, oltre che incapace, sarebbe l’avvocato
che intraprendesse un’azione risarcitoria a favore del cliente ben sapendo
che il diritto è prescritto.
Diversa è la situazione a fronte di pretese che dipendano invece dalla
interpretazione di una norma o anche di una determinata fattispecie
concreta.
L’ordinamento giuridico italiano è assai complesso, le leggi sono
pletoriche e non di rado oscure nell’interpretazione. Questo determina
l’insorgere di liti e anche…il lavoro degli avvocati.
In tali casi risulta vincente chi riesce a sostenere la tesi più
con-vincente a favore del suo assistito.
Bisogna però ricordare che molto diversa è l’impostazione di chi attacca
rispetto a chi difende.
Il diritto processuale civile, individuando la varia tipologia di atti
introduttivi di un giudizio (l’atto di citazione, il ricorso davanti al
giudice del lavoro, il ricorso in appello, il ricorso in Cassazione) detta
precise condizioni per la validità dell’atto.
Al di là dei requisiti minimi richiesti, normalmente l’atto introduttivo è
diretto solo ad esporre in modo del tutto sintetico e stringato le ragioni
per cui si conviene in giudizio un’altra persona. Verrà così indicato il
titolo costitutivo del diritto (es. un fatto illecito, come un incidente,
un contratto rimasto inadempiuto ecc.). Il convenuto, nella difesa, dovrà
a sua volta indicare il titolo estintivo del diritto (l’eccezione
processuale: es. prescrizione, adempimento ecc.). Sempre sintetico.
I confini dell’atto difensivo sono dati dallo stesso attore, pertanto il
convenuto (salvo intenda spiegare domande riconvenzionali) dovrà tenersi
strettamente nell’ambito di tali limiti.
Altri atti (le memorie e specie le conclusionali) sono invece indirizzati
a svolgere compiutamente le ragioni del proprio assistito. In tal caso è
evidente che l’atteggiamento mentale del difensore è quello di argomentare
nel modo più stringente possibile la tesi difensiva, così da convincere il
giudice della ragione del suo cliente.
E si passa allora al secondo aspetto che riguarda
b) la forma da utilizzare nell’atto difensivo
Occorre innanzitutto chiarire che il modo migliore per difendere non è
usare la forza. Da intendersi con “forza” l’atteggiamento polemico e anche
aggressivo e denigratorio che non di rado si legge in alcuni atti. Una
regola base è che l’atto deve difendere senza offendere. Lo strumento del
giurista è il ragionamento, la logica, e non l’atteggiamento aggressivo e
tracotante, che tra l’altro, infastidisce in sommo grado il giudice.
Quest’ultimo è molto più attratto da un atteggiamento sereno ed
equilibrato, direi distaccato, che non da una difesa passionale. E proprio
perché, lo si ripete, è con il ragionamento e non con la forza che bisogna
convincere.
E logica sia.
Purtroppo le nostre scuole non insegnano a ragionare, che, in senso
tecnico, significa usare il sillogismo come tecnica argomentativa.
Il sillogismo, e cioè il metodo discorsivo, ha come base una
Premessa maggiore (nel caso: la fattispecie normativa astratta)
Segue con una premessa minore (il caso concreto)
Per terminare con la sintesi (la soluzione del caso).
Il lavoro dell’avvocato consiste nello sviluppare un ragionamento
argomentativo diretto a dimostrare che la premessa maggiore (la norma
invocata) o minore (il fatto concreto) è errata e che pertanto non è
dovuto quanto richiesto dalla parte.
Tutto ciò, come si diceva più sopra, nell’ambito dei limiti indicati
dall’attore.
Si può fare un esempio concreto.
L’attore cita in giudizio il convenuto, suo datore di lavoro, chiedendo la
condanna al pagamento di una somma maggiore a titolo di retribuzione per
il secondo semestre dell’anno di riferimento, in base alla interpretazione
di una certa norma del CCNL.
Nella sua memoria difensiva il datore di lavoro rileva l’infondatezza
della avversa pretesa.
Il lavoratore chiede questa somma per questi motivi:
a)
b)
c)
La somma non è dovuta. Si espone infatti.
Contra a)
Contra b)
Contra c)
Nell’ambito di ogni paragrafo, il datore di lavoro svilupperò il suo
ragionamento del tipo:
contra a)
La premessa maggiore della pretesa del lavoratore è costituita dalla
interpretazione della norma del CCNL secondo cui anche per il secondo
semestre dell’anno 2010 deve essere corrisposta l’indennità prevista per
il primo.
La premessa maggiore è errata per quanto di seguito si espone.
In ragione dell’accordo interpretativo stipulato tra le parti sociali in
data … si è stabilito che la maggiore somma individuata per il primo
semestre …non doveva essere corrisposta anche nel secondo, dovendosi
ritenere comprensiva di tutto l’anno in riferimento. Pertanto essendo la
pretesa riferita a quella fattispecie (premessa minore), la somma non è
dovuta (sintesi).
Contra b)
Ecc. ecc.
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